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Alessandro Calizza
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Stel Life - 2015

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Steal Life
Steal Life parte dal concetto di natura e di ambiente per riflettere su quale sia la condizione attuale e lo stato di salute della nostra società, considerandoli quali specchio che rende evidenti virtù e mancanze dell’uomo. Posta su un’ara bianca la frutta è resa sineddoche di un intero sistema-Terra. Solitamente utilizzata nei rituali quale dono tra i più preziosi qui la vediamo invece grigia e in via di decomposizione.
Natura come metafora e specchio della società dunque. Una società dove ci stiamo dimenticando della bellezza. Ed è dove ci si dimentica della bellezza che la realtà si apre ad epoche buie, in cui l’essenza miglior dell’Essere Umano viene sacrificata per seguire falsi dei e nuove effimere aspirazioni.
Non vuole essere una dichiarazione di resa la mia; al contrario: è il tentativo di svelare cosa ci attende se non decideremo di destarci da questo stato di apatia collettiva in cui, spesso inconsapevolmente, viviamo. L’esito di un’epoca come la nostra è quantomai incerto. E per questo gravido anche di splendide possibilità che però spetta a noi riconoscere, riconquistare e rendere compiute.“L’installazione, con il consueto linguaggio dell’artista in bilico tra pop e ironia e mondi surreali - scrive la curatrice e storica dell’arte Lori Adragna nel testo che ha accompagnato la presentazione dell’opera - affronta il tema barocco della vanitas innestandolo, provocatoriamente, nello scenario contemporaneo.
È sintomo di marcescenza, di abbandono, di incuria, quella patina grigio-acido che infesta il rigoglio di frutta, emblema originario di creazione e di vita. La cristallizzazione della materia-concetto quasi in reperto post-atomico, nel prodotto finale ha generato uno straordinario lirismo estetico altro, dove le lucide forme plastiche sono esaltate dalla luce. Se il segno di marcescenza dunque è da leggere quale denuncia, campanello d’allarme, rivela tuttavia la possibilità di un’intima rinascita, ispirata proprio alla fiducia nel cambiamento.”
Statement
Anche se mi piace spaziare tra diversi media, la pittura è probabilmente l’ambito in cui sto approfondendo maggiormente le mie riflessioni più recenti. Lavoro con spray e carboncino e volendo individuare un filo conduttore del mio lavoro sicuramente si troverebbero il bisogno e la volontà di porre l’attenzione in maniera critica sulla nostra realtà e su ciò che viviamo quotidianamente. Partendo da archetipi della nostra cultura, usati quasi a mo’ di sineddoche di questa epoca, cerco di porre l’attenzione sulla necessità di mettere in discussione le dinamiche che oggi determinano la vita di ognuno di noi.
È un sistema insostenibile e al collasso il nostro e gli squilibri che stiamo creando a livello globale ne sono un chiaro effetto. Sono più di 15 anni che passo parte dell’anno in Senegal e in Gambia e cambiando punto di vista tutto ciò diventa ancora più evidente e difficile da accettare; da qui anche la scelta di inserire nel mio lavoro elementi tipici di “mondi” e culture come quelli africani (mi si passi la generalizzazione in questo caso), che sentiamo lontani da noi, ma che mai come oggi invece sono intrecciati a doppio filo con la nostra vita.
Altro tema che mi interessa molto poi è il binomio reale/virtuale, e lo sdoppiamento che ognuno di noi vive tra vita off line e on line. Oggi abbiamo una doppia identità: quella di tutti i giorni e quella che ci creiamo sui social network attraverso una narrazione parziale e filtrata di chi siamo, nel tentativo affannato di assomigliare sempre più ad un’immagine di noi che ci fanno credere essere migliore di quella reale. Nel muoversi incessantemente tra un piano e l’altro però non sempre tutto torna al suo posto. Come i glitch di un programma di elaborazione grafica pezzi di noi restano imprigionati nei profili social, mentre allucinazioni digitali si innestano, distorcendola, nella percezione che abbiamo della realtà e nelle nostre reazioni ad essa. Sul web archetipi e modelli di verità non esistono più nella misura in cui si sono dati a noi prima dell’era dei social e dei motori di ricerca: sono invece determinati da miriadi di posizioni individuali che, filtrate e sommate tra loro da algoritmi e sistemi interessati, decretano a posteriori quale versione della realtà sia la più utile da affermare, annullandone ogni altra possibilità.
O.G.M.
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Vermoni monoculari dai colori sgargianti, funghi giganti che sembrano il risultato di esperimenti andati male, un orto rigoglioso per metà già divorato da questi strani esseri. Con la consueta ironia che caratterizza il mio lavoro, attraverso questa opera e la metafora che essa rappresenta, racconto una faccia spesso nascosta della nostra epoca: lo sfruttamento della terra per ottenere sempre di più ha in realtà generato strani mostri che la stanno divorando.
L’opera O.G.M. riflette su quanto la brama della nostra società di avere sempre tutto e subito e con il massimo profitto, stia invece portando a risultati tanto più lontani dalle aspettative quanto dannosi. L’utilizzo di agenti chimici per massimizzare la resa dei terreni espone ogni giorno di più la salute del Pianeta e dell’umanità a rischi prima inesistenti. Inoltre le politiche che muovono chi gestisce le grandi filiere dell’agricoltura sacrificano diritti e sostenibilità a favore del profitto e del potere.
È oramai chiaro che tale direzione rischia di portarci al collasso. Siamo ancora in tempo, c’è molto da proteggere e da salvare, ma ciò sarà possibile solo se finalmente il bene del nostro pianeta e delle persone tornerà ad essere al centro delle riflessioni e delle scelte di quell’1% di mondo che determina il destino di tutti noi.
Bio
Alessandro Calizza (1983) vive e lavora a Roma, presso lo spazio OMBRELLONI di via dei Lucani, nel quartiere di San Lorenzo. I suoi lavori sono stati esposti in numerose città italiane ed estere. Tra le esposizioni personali: Atene Brucia, presso il Museo dell’Arte Classica di Roma a cura di Maria Arcidiacono e con ospite di un talk il maestro Luigi Ontani; Carne fresca, presso la Mondo Bizzarro Gallery di Roma e Global warning presso la Galleria Il Canovaccio di Terni.
Nel 2019 ha preso parte al progetto New Mental Landscape, dove gli è stata dedicata un’esposizione personale negli spazi espositivi di CRH di New York. Ha preso parte a numerose mostre collettive tra cui nel 2019, Anahid, a cura di Laura Lucibello presso lo spazio Tethis dell’Arsenale Nord di Venezia; Materia&Antimateria alla Biennale d’arte di Viterbo e (N)OW REGRETS presso il MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea di Roma.
È stato vincitore nel 2013 del Premio Speciale del Concorso Arte Per Oggi indetto da Winsor&Newton, Lefranc Burgeois e Poggi. Tra le residenze di artista da lui svolte ci sono: BoCS Art Cosenza a cura di Alberto Dambruoso per il progetto de I Martedì Critici, il Festival Alterazioni presso il Castello di Arcidosso, Project Room presso il Casale dei Cedrati di Roma a cura di Lori Adragna.
È inoltre il fondatore del progetto SA.L.A.D. – San Lorenzo Art District. Dal 2014 è attivo come scenografo realizzando lavori per spettacoli di diverse compagnie teatrali in scena in varie città italiane partendo da Roma, Napoli, Todi, Civitavecchia, Ostia, e altre. Negli ultimi anni è stato invitato come artista ufficiale a far parte del progetto Feral Horses (2017) e alcune sue opere selezionate dalle produzioni SKY e Netflix (ZERO ZERO ZERO e Suburra).
scienza – ricerca - sviluppo – “ArTE”
 
Comunicare ad “ArTE” per promuovere la crescita sostenibile.
 
Il collezionismo d’impresa
 
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acquistare/ospitare le opere degli artisti nel contesto aziendale
 
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